IL SOGNO DELLA MACCHINA DA CUCIRE Bianca Pitzorno Romanzo Bompiani

IL SOGNO DELLA MACCHINA DA CUCIRE Bianca Pitzorno Romanzo Bompiani

 

Se penso alla macchina da cucire, immediatamente mi ritorna in mente quella di mia nonna, e mi rivedo bambina ad osservare i gesti, la rotellona che non smettevo di toccare, il pedale, la bobina.

Lei faceva sembrare tutto così facile, poi, con il tempo, ho sperimentato che non lo è affatto, come tutta una serie di altre cose del resto.

Anche la protagonista del libro, il cui nome non viene mai citato, forse per lasciare a chi legge la facoltà di identificarsi ad un livello più profondo, da bambina guarda cucire la nonna che è tutta la sua famiglia, e che insieme al cucito le insegna la vita.

E proprio gli insegnamenti della nonna, così come il forte legame tra loro, la salveranno in varie situazioni.

L’unico luogo che viene citato nel libro è Parigi, tutte le altre località sono indicate con la sola iniziale. Paradossalmente, invece di perdere i riferimenti io ho trovato un preciso orientamento, come se Parigi rappresentasse un unico punto fermo mentre “tutto il mondo è paese”, proprio con l’accezione un po’ negativa del modo di dire proverbiale.

Un mondo nel quale anche i sogni diventano un lusso che non ci si può permettere.

E così la macchina da cucire diventa più preziosa di un gioiello, trasfigurandosi nel mezzo per migliorare la propria condizione in maniera più agevole, più intensa, ma sempre con impegno, con costanza, con le proprie forze, senza sconti, lavorando.

Ancora una volta ringrazio Monica per questa lettura: un ricamo di figure femminili che ho ammirato.

Storie di Donne di quelle che ci piacciono, di quelle che si distinguono, di quelle che lottano per non essere principesse.
Donne che sopravvivono.
Donne che insegnano.

E le figure negative, le donne spietate, consumandosi nella loro cattiveria non fanno altro che far brillare maggiormente chi merita.

 

IN INGHILTERRA IL CAFFÉ HA SEMPRE IL GUSTO DI UN ESPERIMENTO CHIMICO Agatha Christie

IN INGHILTERRA IL CAFFÉ HA SEMPRE IL GUSTO DI UN ESPERIMENTO CHIMICO Agatha Christie

A colei che è la Queen assoluta andrebbe dedicato un intero blog, tanto per esprimere quel minimo di ammirazione e di stima che merita.

Ma per rimanere nella nostra misura spazio temporale del caffé intanto inizierei dal fondo: cioè dal trailer del prossimo Assassinio sul Nilo. Lo hai già visto? 

Inutile dire che io sono molto curiosa, senza contare che appena ho sentito le prime note di Policy of Truth  è scattata una standing ovation.
Purtroppo non sono stata a molti concerti però i Depeche Mode a Milano negli anni 80 sono stati un grande sì.

Ma torniamo all’Assassinio sul Nilo: questa possiamo considerarla come terza versione dopo il film con Peter Ustinov del 1978 e Poirot sul Nilo del 2004 con David Suchet.

Direi che Kenneth Branagh si sente a proprio agio nei panni dell’investigatore nato dalla penna di Agatha Christie se ha deciso di replicare dopo Assassinio sull’Orient Express.

Eppure Hercule Poirot è un personaggio molto particolare, all’apparenza scomodo direi, e in linea generale io non lo avrei mai associato a Branagh seppure io lo consideri molto bravo. Forse perché lo ho sempre percepito come molto inglese e come attore Shakesperiano per eccellenza.

Oltretutto nel suo Assassinio sull’Orient Express a mio avviso Kenneth Branagh si è complicato ancor di più la prova con la presenza di Johnny Depp: da quando è posseduto dallo spirito di Jack Sparrow ci ha abituati a ruoli caricaturali tipo Lone Ranger, Dark Shadows, per non parlare di Mortdecai, che per quanto mi riguarda hanno fatto sì che per tutta la visione del film mi aleggiasse nella mente la domanda “perchè Depp è Ratchett e non Poirot?

A onor del vero però i baffi di Branagh per quanto possano sembrare esagerati sono più fedeli ai baffi pensati da Agatha Christie, non trovi?

Dunque, tralasciando interpretazioni che non hanno lasciato il segno come quelle di Albert Finney, Tony Randall, Austin Trevor e Alfred Molina, qual è il tuo Poirot preferito?

Peter Ustinov, David Suchet o Kenneth Branagh?

 

TRE FILM AL GIORNO, TRE LIBRI ALLA SETTIMANA, DEI DISCHI DI GRANDE MUSICA FARANNO LA MIA FELICITÀ FINO ALLA MORTE François Truffaut

TRE FILM AL GIORNO, TRE LIBRI ALLA SETTIMANA, DEI DISCHI DI GRANDE MUSICA FARANNO LA MIA FELICITÀ FINO ALLA MORTE François Truffaut

Inutile dire che questa frase mi si adatterebbe alla perfezione, tranne per quel piccolo particolare del non poter vivere di rendita …

Ma cosa accade quando film e libri si sovrappongono?
Voglio dire: nel caso di trasposizioni cinematografiche, tu cosa pensi?
In genere delusione, oppure no?

Tra tutti i casi di cui possiamo parlare, Doctor Sleep è forse il più curioso. Il film tenta di ricucire uno strappo non da poco: una importante differenza di opinioni che risale agli anni 80, quando Stephen King assiste alla proiezione di Shining e si indigna perché il senso del suo romanzo è stato tradito.

Stanley Kubrick infatti con la sua direzione enfatizza alcuni aspetti che tutti abbiamo imparato a conoscere: l’hotel, la follia. Il regista ha una visione ottimistica dei fantasmi “perché significa sopravvivere alla morte” mentre non crede nell’inferno. King ovviamente ovviamente dissente, come puoi sentire direttamente dalle sue parole e definisce il film “a beautiful car with no engine.”

Lo scrittore tiene allo spessore psicologico dei personaggi che ha creato e che risulta snaturato: la versione cinematografica infatti omette la tragicità con la quale Jack Torrance tenta di resistere ai propri demoni, senza contare che Jack Nicholson risulta perfetto nel ruolo da folle per antonomasia, ma gli spettatori sono già predisposti a vederlo come tale.

In una parola Stephen King trova Shining cold freddo e ribadisce che nel libro l’Overlook Hotel brucia.

Mike Flanagan, il regista di Doctor Sleep si impegna nell’opera di riconciliazione dedicando metà del film ad una ricostruzione piuttosto fedele al libro, e al tempo stesso impostando il finale, seppur ricolmo di citazioni e Easter Eggs, in modo che il cerchio della luccicanza in qualche modo si possa richiudere.

Per questo motivo il film si conclude diversamente rispetto al libro e riprende l’epilogo del romanzo Shining. Flanagan rende l’Overlook Hotel il punto di unione di una sorta di triangolazione secondo la quale, a Daniel Torrance adulto, in un certo senso accade ciò che Stephen King aveva destinato a suo padre Jack Torrance e che non abbiamo visto nella versione di Kubrick.

Tu cosa pensi del risultato?

Io rimanendo sul mio livello basico, ero molto curiosa di vedere il personaggio di Rose Cilindro, e se da un lato trovo azzeccata la scelta di Ewan Mac Gregor per il ruolo di Daniel, sono rimasta molto delusa per il taglio di tutta la parte della bisnonna di Abra: Concetta Abruzzi.

L’anziana poetessa con il nome di battesimo italiano e il cognome assolutamente americano (Reynolds) sedeva con la pronipote addormentata in grembo e guardava il video che il marito della nipote aveva girato in sala parto tre settimane prima: ABRA ENTRA NEL MONDO!

Naturalmente oltre a questo, il suo si rivela come un ruolo chiave e dal momento che Mike Flanagan ha dichiarato di trovare fantastico il personaggio di Abra Stone, mi risulta ancora più incomprensibile l’omissione di Momma.

O forse è il modo per lasciare aperta una porta: pare che il regista abbia chiesto a Stephen King se c’è “altro” su Abra … un po’ la stesso spunto che dal Dan bambino di Shining ci ha regalato Doctor Sleep.

Altri cerchi da chiudere dunque?

LETTURE PER BAMBINI: “UOMINI” E TOPI?

LETTURE PER BAMBINI: “UOMINI” E TOPI?

L’estate è periodo di letture per antonomasia, o forse no, però sicuramente durante le vacanze si riesce a dedicare più tempo ai libri, per me moltissime volte è stato così.

Vacanza indimenticabile è stata quella in cui io e mio fratello ogni sera passavamo in rassegna le bancarelle a caccia di libri che spesso duravano solo il giorno successivo.

Io sceglievo i gialli di Agatha Christie mentre lui prediligeva i libri di Stephen King: è grazie a lui che ne ho letti molti, dato che quando li terminava ovviamente poi passavano a me.

È un peccato quando invece i ragazzi in estate leggono magari meno spontaneamente, per compiti che sono stati assegnati, ma c’è sempre la speranza di fondo che il “dovere” possa trasformarsi in piacere grazie ad un buon libro che sappia “conquistare”.

E per quanto riguarda i bambini?

Tu ricordi qual è stato il tuo primo libro di lettura in assoluto? Magari lo conservi ancora?

Come ho già raccontato, io ho molti ricordi riguardo ai libri che ho iniziato ad osservare sulla libreria di casa, ricordo ad esempio “I viaggi di Gulliver” in una edizione d’epoca già allora.

Il primo libro della biblioteca invece è stato “I ragazzi della via Paal”.

Tra tanti libri che affollano i ricordi citerei però anche libri sicuramente meno classici: “Anni verdi scarpette rosa” edizione Malipiero del 1975 che è stato il primo libro ricevuto in regalo da una amica, e “Il manuale delle giovani marmotte” editore Mondadori 1973 perchè le mie letture sono passate prima dai fumetti: non so dire quanti Topolino posso aver letto più e più volte.

Ora il topo letterario è più sofisticato e imita un noto investigatore con tutto un universo di riferimenti e rimandi a caratteristiche “topesche e formaggiose” a mio parere molto validi e divertenti arrivando a spaziare fino ai grandi classici come ad esempio i già citati Viaggi di Gulliver ma rigorasamente in versione Geronimo Stilton.

Ho trovato anche una bella selezione  di Survive The Kidz  con una ulteriore versione di Mouse in questo caso alle prese con i biscotti, anche lui un classico contemporaneo: pubblicato per la prima volta nel 1985, con la particolarità di essere un racconto circolare.

Dunque, per chiudere il cerchio, cosa leggevi di bello tu?
Topi? Uomini? Uomini e topi?

STREGATA?

STREGATA?

1947: un anno significativo per me, l’anno di nascita di mia madre. Lei che pur di leggere comprava 10 lire di giornali vecchi. Lei che mi ha fatta crescere in una casa con una grande libreria ricca di libri di ogni tipo.
Lei che amava leggere, e semplicemente leggeva.
Mai nessuna imposizione, mai nessun consiglio particolare. È stato tutto naturale, ricordo ancora i titoli che da bambina mi colpirono maggiormente, allora non potevo ancora conoscerne la storia, eppure erano già nella mia mente, pronti ad essere riscoperti al momento opportuno.
E un giorno, semplicemente come lei, ho iniziato a leggere anch’io.

1947 è anche l’anno di nascita del premio letterario Strega che prese il nome dal liquore prodotto nell’azienda della famiglia di Guido Alberti  che ne fu mecenate e che successivamente, dopo il matrimonio con l’astrologa Lucia Alberti, intraprese la carriera di attore e fu diretto da registi come Federico Fellini Francesco Rosi, Pier Paolo Pasolini, Eduardo De Filippo e Roman Polanski. Una biografia che già di per sé sembrerebbe un romanzo.

Nella lunga lista di vincitori delle edizioni che si sono succedute di anno in anno compaiono nomi di tutto rispetto e qualche giorno fa leggevo una statistica pubblicata da Gabriella che evidenziava una schiacciante maggioranza maschile.

Io sinceramente devo recuperare parecchie cose del passato, ma Monica mi ha aperto una finestra sul presente, donandomi anche una chiave di lettura per il libro vincitore dell’edizione 2020: Il colibrì di Sandro veronesi edito da La nave di Teseo.

Mi ci sono affacciata volentieri, senza conoscere l’autore, senza conoscere il precedente successo Caos Calmo e senza conoscere le varie dinamiche che hanno portato a questa seconda vittoria.

Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo.”

La citazione della seconda di copertina offre immediatamente il primo spunto di riflessione: d’improvviso si considera la staticità come uno sforzo, e non come l’assenza di movimento per antonomasia.

Il movimento del libro è costituito dai salti temporali con i quali l’autore conduce la narrazione secondo un filo molto simbolico, alternando scambi di lettere e digressioni a racconti di vita quotidiana in bilico tra la apparente normalità e un crescendo di situazioni paradossali.

Ho trovato particolarmente curioso come le vicende piuttosto inverosimili del protagonista mi facessero pensare proprio a Forrest Gump, una sorta di coincidenza, dato che lo avevo appena riconsiderato.

Ma seguendo l’idea del colibrì, e provando a volare all’indietro per rivedere tutto da una prospettiva diversa, si elabora l’idea di metafore a riconferma dell’unica vera certezza che abbiamo: la vita ha in serbo sorprese e spesso rivoluziona piani e convinzioni.
In realtà però non siamo fermi, resistiamo, cosa ben diversa.

Penso di non essere l’unica ad aver trovato una sorta di incrocio con le esperienze personali dolorose, naturalmente poi ognuno prosegue sui propri binari, ma rimangano in comune le cicatrici.

Questo libro mi ha donato anche un rimando all’infanzia nel leggere le descrizioni di luoghi estivi: il mare nei pressi di Bolgheri, Marina di Bibbona, Punta Ala, avendo anche io trascorso le vacanze esattamente su quello stesso litorale, e mi sono ritrovata ad allargare l’Amarcord fino al pensiero di come si diano per scontate cose che fino a questa estate particolare non avremmo mai pensato potessero svanire.

Stregata dunque?
No, ma contenta come ogni volta che una lettura ispira riflessioni.

PROCESSO DI GARLASCO: DIRITTO ALLA VERITÀ

PROCESSO DI GARLASCO: DIRITTO ALLA VERITÀ

 

Ci sono nuovi argomenti di valutazione, a nostro avviso molto importanti
L’avvocato di Alberto Stasi ha recentemente spiegato in una intervista la richiesta di revisione del processo che francamente giunge inaspettata.

Nel 2017 la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario depositato dalla difesa di Stasi, dopo aver respinto il ricorso nel 2015 e dopo la condanna a 16 anni della Corte di Assise di Appello nel 2014.

Tutti, anche chi segue meno assiduamente i casi di cronaca, siamo rimasti colpiti da questo delitto che ha squarciato il clima vacanziero nell’agosto del 2007.
Un paesino tranquillo, una ragazza semplice, una banale bicicletta, e la casa: il luogo dove ci si sente più al sicuro, improvvisamente riempito di orrore. Un orrore inspiegabile che ha trasmesso inquietudine, sdegno e una lunga serie di interrogativi.

Io ho trovato risposte e precise spiegazioni nel libro di Gian Luigi Tizzoni, che racconta in maniera semplice il susseguirsi degli eventi che per lui rappresentano dieci anni di vita.
Tanto che personalmente ho avuto la sensazione di leggere pagine di un diario, piuttosto che fredde esposizioni legali.

Il libro inizia dal 18 agosto 2007: non la data dell’omicidio, ma il giorno del funerale di Chiara, quando ancora l’avvocato Tizzoni non aveva ricevuto l’incarico di tutelare la famiglia Poggi. E si suddivide in sei capitoli, tanti quanti sono stati i gradi di giudizio.

“Credo abbiano ucciso una persona, ma forse è viva, è così che Stasi ha descritto la morte della ragazza di cui era innamorato.”
Queste sono parole di Gian Luigi Tizzoni, come potrebbero essere parole tue o mie. Non è il racconto di un avvocato, è il racconto di un uomo, “di un lungo viaggio, di una vera e propria odissea.”

Te lo consiglio: io ad esempio, nonostante avessi sempre seguito la vicenda, ho finalmente avuto modo di comprendere bene la questione del pedale e di riordinare con esattezza tutte le varie tessere del puzzle, o meglio, per usare nuovamente le parole dell’autore:

ciascun indizio si è integrato perfettamente con gli altri, come tessere di un mosaico, creando un quadro di insieme…”

in caso, poi, se vorrai, potrai dirmi qual è il quadro che vedi tu.

 

 

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