IBAN: UNO, NESSUNO O CENTOMILA?

IBAN: UNO, NESSUNO O CENTOMILA?

Il richiamo a Pirandello mi fa ripensare a questa curiosa coincidenza: alcuni frammenti del romanzo erano stati pubblicati nel 1915 sulla rivista Sapientia con il titolo “Ricostruire”.
Ricostruire è sicuramente ciò che ci aspetta, e anche se letteralmente significa restituire alla forma originaria, è ovvio che avremo una separazione netta dal come erano le cose prima, e come sarà il mondo dopo.
Ma mentre il “dopo” nemmeno si intravede, si moltiplicano gli appelli per chiedere donazioni a favore dell’emergenza.
Ti ritrovi anche tu ad osservare come gli iban indicati siano sempre più numerosi?
A me ad esempio è capitato di vedere l’iban di una banca che chiedeva di “aiutarli ad aiutare”… l’iban di una tv a pagamento, l’iban di giornali e reti televisive, addirittura l’iban di una associazione consumatori con oltretutto strascichi di polemiche, e via discorrendo.
Parrebbe, e non so nemmeno io perché ci sto mettendo il condizionale, costituire una sorta di nuova frontiera di marketing.
Chiedo: perché non unificare? Se il messaggio delle varie società, oltre a quelle che ho citato random soltanto per fare degli esempi, fosse un mero appello alla solidarietà, perché non dare tutti le medesime coordinate di un unico conto istituzionale?
Io a queste domande non trovo risposte che mi piacciono, dunque magari mi vuoi aiutare a capire tu?

 

 

 

 

PERCHÉ IL VECCHIO NON VALE PIÙ?

PERCHÉ IL VECCHIO NON VALE PIÙ?

Tazzina vecchia o tazzina nuova?
Se ricevi nuove tazzine, come ti comporti con quelle vecchie? Smetti immediatamente di usarle, le riponi nella credenza, te ne liberi?
Io non faccio testo, ho già descritto questa mia caratteristica un po’ fuori dal tempo.
Anacronistica. Vero.
E in generale, ritrovo sempre più incomprensibili le linee guida originatesi dall’evolversi di molte procedure.
Ad esempio non capisco la politica delle compagnie telefoniche secondo la quale vengono offerte condizioni favorevoli e costi ridotti soltanto ai nuovi sottoscrittori.
Se tu sei abbonato da anni, le tue tariffe sono lievitate nel tempo ma non puoi avere le agevolazioni riservate soltanto ai non clienti.
Non ne comprendo la ragione.
O meglio, certo, il motivo è sempre il guadagno, questo è un dato di fatto, ma ugualmente mi sfugge il senso.
Dunque ci si ritrova ad essere dati per scontati, come le tazzine di sempre, quelle che non si rompono, quelle che hanno superato decadi, mode e modelli.
Tu che hai sempre pagato, da anni, non sei importante, tanto sei lì, ci sei.
E anche il giorno in cui smetterai di esserci, rimarrai solo un limone al quale spremere fino all’ultimo centesimo con ogni pretesto: senza scrupolo continueranno ad emettere fatture ad oltranza, addebitando qualsiasi tipo di costo ipotizzabile.
Fatture intestate ad una persona che è stata cliente fin dai tempi in cui i telefoni sono entrati per la prima volta nelle case, grigi, con la rotellona e il filo.
Fatture intestate ad una persona deceduta.
Ma anche il rispetto è morto.
Ogni riferimento a fatti realmente accaduti non è per niente casuale.

 Per cui vale la pena continuare ad essere un cliente nuovo?
Chiedo.

 

 

 

 

HOW ‘BOUT GETTING OFF OF THESE ANTIBIOTICS?

HOW ‘BOUT GETTING OFF OF THESE ANTIBIOTICS?

Ogni volta che penso alla parola antibiotici mi ritrovo a canticchiare questa frase di Alanis.
Certo gli antibiotici sono una fase dalla quale tutti speriamo di uscire velocemente.
Quello che forse non è ancora universalmente noto è che le società farmaceutiche, o più nello specifico gli investitori, non ritengono più conveniente investire nella ricerca necessaria per combattere i nuovi batteri divenuti resistenti, poiché il rientro economico è esiguo.
Gli antibiotici si assumono per una settimana al massimo.
Molto più remunerativo dedicarsi ad altri tipi di medicinali che curano i pazienti per anni, senza eliminare la malattia, come ad esempio i farmaci per il diabete.
Inoltre i produttori riscontrano problemi dovuti proprio alla inefficacia degli antibiotici progettati per sconfiggere le infezioni che non riescono più a debellare funghi e batteri che hanno sviluppato difese contro i farmaci in seguito ad un uso eccessivo vecchio di decenni.
Ironicamente i batteri si evolvono in maniera più intelligente di come non sappiamo fare noi.
Sarà che loro hanno ancora a cuore la sopravvivenza, noi invece siamo solo schiavi del denaro.
Ma te lo immagini Fleming mentre gli viene detto che non è economicamente conveniente proseguire la ricerca sulla sua penicillina?
In realtà c’è poco da ridere: come riportato dal New York Times, colossi farmaceutici come Novartis hanno abbandonato il settore mentre altre società stanno rasentando l’insolvenza.
Le start-up di antibiotici sono aumentate di peso negli ultimi tempi ma un esempio del quadro può essere rappresentato dai 15 anni e soprattutto dal miliardo di dollari impiegato per arrivare alla approvazione e all’inserimento di un farmaco contro le infezioni delle vie urinarie tra gli essenziali. Numeri tristemente emblematici.
In passato gli scienziati con mezzi esigui riuscivano ad ottenere risultati sbalorditivi, negli ultimi vent’anni sono state introdotte solo due nuove classi di antibiotici, il resto sono variazioni di farmaci esistenti.
Mi sto riferendo ai dati della ricerca del New York Times, la situazione della ricerca in Italia è tristemente nota. E pensare che fu proprio un ricercatore e ufficiale medico della Marina Militare italiana a capire per primo il potere battericida di alcune muffe. Vincenzo Tiberio intuì un collegamento tra l’acqua prelevata da un pozzo sulle cui pareti si era formato uno strato di muffa, e il successivo utilizzo di acqua dallo stesso pozzo una volta che le pareti erano state ripulite, riuscendo a dimostrare l’azione terapeutica di alcune sostanze contenute nelle muffe.
Non so tu, ma io come la sensazione che ora in fondo al pozzo ci siamo finiti noi, e che l’acqua non è pulita.

 

 

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