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Ogni volta che penso alla parola antibiotici mi ritrovo a canticchiare questa frase di Alanis.
Certo gli antibiotici sono una fase dalla quale tutti speriamo di uscire velocemente.
Quello che forse non è ancora universalmente noto è che le società farmaceutiche, o più nello specifico gli investitori, non ritengono più conveniente investire nella ricerca necessaria per combattere i nuovi batteri divenuti resistenti, poiché il rientro economico è esiguo.
Gli antibiotici si assumono per una settimana al massimo.
Molto più remunerativo dedicarsi ad altri tipi di medicinali che curano i pazienti per anni, senza eliminare la malattia, come ad esempio i farmaci per il diabete.
Inoltre i produttori riscontrano problemi dovuti proprio alla inefficacia degli antibiotici progettati per sconfiggere le infezioni che non riescono più a debellare funghi e batteri che hanno sviluppato difese contro i farmaci in seguito ad un uso eccessivo vecchio di decenni.
Ironicamente i batteri si evolvono in maniera più intelligente di come non sappiamo fare noi.
Sarà che loro hanno ancora a cuore la sopravvivenza, noi invece siamo solo schiavi del denaro.
Ma te lo immagini Fleming mentre gli viene detto che non è economicamente conveniente proseguire la ricerca sulla sua penicillina?
In realtà c’è poco da ridere: come riportato dal New York Times, colossi farmaceutici come Novartis hanno abbandonato il settore mentre altre società stanno rasentando l’insolvenza.
Le start-up di antibiotici sono aumentate di peso negli ultimi tempi ma un esempio del quadro può essere rappresentato dai 15 anni e soprattutto dal miliardo di dollari impiegato per arrivare alla approvazione e all’inserimento di un farmaco contro le infezioni delle vie urinarie tra gli essenziali. Numeri tristemente emblematici.
In passato gli scienziati con mezzi esigui riuscivano ad ottenere risultati sbalorditivi, negli ultimi vent’anni sono state introdotte solo due nuove classi di antibiotici, il resto sono variazioni di farmaci esistenti.
Mi sto riferendo ai dati della ricerca del New York Times, la situazione della ricerca in Italia è tristemente nota. E pensare che fu proprio un ricercatore e ufficiale medico della Marina Militare italiana a capire per primo il potere battericida di alcune muffe. Vincenzo Tiberio intuì un collegamento tra l’acqua prelevata da un pozzo sulle cui pareti si era formato uno strato di muffa, e il successivo utilizzo di acqua dallo stesso pozzo una volta che le pareti erano state ripulite, riuscendo a dimostrare l’azione terapeutica di alcune sostanze contenute nelle muffe.
Non so tu, ma io come la sensazione che ora in fondo al pozzo ci siamo finiti noi, e che l’acqua non è pulita.

 

 

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