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Se penso alla macchina da cucire, immediatamente mi ritorna in mente quella di mia nonna, e mi rivedo bambina ad osservare i gesti, la rotellona che non smettevo di toccare, il pedale, la bobina.

Lei faceva sembrare tutto così facile, poi, con il tempo, ho sperimentato che non lo è affatto, come tutta una serie di altre cose del resto.

Anche la protagonista del libro, il cui nome non viene mai citato, forse per lasciare a chi legge la facoltà di identificarsi ad un livello più profondo, da bambina guarda cucire la nonna che è tutta la sua famiglia, e che insieme al cucito le insegna la vita.

E proprio gli insegnamenti della nonna, così come il forte legame tra loro, la salveranno in varie situazioni.

L’unico luogo che viene citato nel libro è Parigi, tutte le altre località sono indicate con la sola iniziale. Paradossalmente, invece di perdere i riferimenti io ho trovato un preciso orientamento, come se Parigi rappresentasse un unico punto fermo mentre “tutto il mondo è paese”, proprio con l’accezione un po’ negativa del modo di dire proverbiale.

Un mondo nel quale anche i sogni diventano un lusso che non ci si può permettere.

E così la macchina da cucire diventa più preziosa di un gioiello, trasfigurandosi nel mezzo per migliorare la propria condizione in maniera più agevole, più intensa, ma sempre con impegno, con costanza, con le proprie forze, senza sconti, lavorando.

Ancora una volta ringrazio Monica per questa lettura: un ricamo di figure femminili che ho ammirato.

Storie di Donne di quelle che ci piacciono, di quelle che si distinguono, di quelle che lottano per non essere principesse.
Donne che sopravvivono.
Donne che insegnano.

E le figure negative, le donne spietate, consumandosi nella loro cattiveria non fanno altro che far brillare maggiormente chi merita.

 

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