IN GOOD COMPANY

IN GOOD COMPANY

È il titolo di uno dei moltissimi film di Scarlett Johansson, ma direi che è un’ottima didascalia anche per questa immagine.

Natalie Portman è in effetti una buona compagnia con la quale condividere un caffè.
Con lei Scarlett ha condiviso anche la sorellanza sul set del film nel quale interpretavano Anna e Maria Bolena che purtroppo non ho ancora visto. Tu?

In compenso ne ho visti molti altri, a partire da L’uomo che sussurrava ai cavalli, nonostante avesse già lavorato in altre pellicole: ha infatti iniziato giovanissima e la sua carriera è stata un crescendo variegato di personaggi e generi nei quali ha spaziato sempre con successo.

In questi giorni però mi ha colpita la sua immagine rigorosamente senza sovrastrutture, quasi a sottolineare ancor di più l’accoratezza dell’appello per la liberazione di quattro persone detenute in Egitto, tra le quali noi conosciamo in particolare il caso di Patrick Zaki.

Prima di venire arrestato durante una visita alla famiglia, Patrick Zaki frequentava l’Università di Bologna che in questi mesi si è spesa in molte iniziative in suo favore anche a cura dello stesso rettore che lo ha ricordato nel discorso di apertura dell’Ateneo.

Ma sono le parole di Scarlett a colpire nel segno: “Dire la propria in Egitto è pericoloso” e per me risuonano particolarmente terribili anche alla luce di ciò che è accaduto a Giulio Regeni.

Dopo questo messaggio tre persone sono state scarcerate, ma non Patrick Zaki, anche se a sorpresa, oggi ci sarà l’udienza che dopo il rinnovo della custodia cautelare era prevista per gennaio.

Uniamo dunque le speranze che presto anche Zaki possa ritrovarsi in good company.

E soprattutto continuiamo tutti a difendere un valore fondamentale e importantissimo: la libertà di pensiero e di parola.

Avevo già citato Evelyn Beatrice Hall:
Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo.

E visto che recentemente ho parlato di George Orwell citerei anche
Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuole sentire.

PROCESSO DI GARLASCO: DIRITTO ALLA VERITÀ

PROCESSO DI GARLASCO: DIRITTO ALLA VERITÀ

 

Ci sono nuovi argomenti di valutazione, a nostro avviso molto importanti
L’avvocato di Alberto Stasi ha recentemente spiegato in una intervista la richiesta di revisione del processo che francamente giunge inaspettata.

Nel 2017 la Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso straordinario depositato dalla difesa di Stasi, dopo aver respinto il ricorso nel 2015 e dopo la condanna a 16 anni della Corte di Assise di Appello nel 2014.

Tutti, anche chi segue meno assiduamente i casi di cronaca, siamo rimasti colpiti da questo delitto che ha squarciato il clima vacanziero nell’agosto del 2007.
Un paesino tranquillo, una ragazza semplice, una banale bicicletta, e la casa: il luogo dove ci si sente più al sicuro, improvvisamente riempito di orrore. Un orrore inspiegabile che ha trasmesso inquietudine, sdegno e una lunga serie di interrogativi.

Io ho trovato risposte e precise spiegazioni nel libro di Gian Luigi Tizzoni, che racconta in maniera semplice il susseguirsi degli eventi che per lui rappresentano dieci anni di vita.
Tanto che personalmente ho avuto la sensazione di leggere pagine di un diario, piuttosto che fredde esposizioni legali.

Il libro inizia dal 18 agosto 2007: non la data dell’omicidio, ma il giorno del funerale di Chiara, quando ancora l’avvocato Tizzoni non aveva ricevuto l’incarico di tutelare la famiglia Poggi. E si suddivide in sei capitoli, tanti quanti sono stati i gradi di giudizio.

“Credo abbiano ucciso una persona, ma forse è viva, è così che Stasi ha descritto la morte della ragazza di cui era innamorato.”
Queste sono parole di Gian Luigi Tizzoni, come potrebbero essere parole tue o mie. Non è il racconto di un avvocato, è il racconto di un uomo, “di un lungo viaggio, di una vera e propria odissea.”

Te lo consiglio: io ad esempio, nonostante avessi sempre seguito la vicenda, ho finalmente avuto modo di comprendere bene la questione del pedale e di riordinare con esattezza tutte le varie tessere del puzzle, o meglio, per usare nuovamente le parole dell’autore:

ciascun indizio si è integrato perfettamente con gli altri, come tessere di un mosaico, creando un quadro di insieme…”

in caso, poi, se vorrai, potrai dirmi qual è il quadro che vedi tu.

 

 

IBAN: UNO, NESSUNO O CENTOMILA?

IBAN: UNO, NESSUNO O CENTOMILA?

Il richiamo a Pirandello mi fa ripensare a questa curiosa coincidenza: alcuni frammenti del romanzo erano stati pubblicati nel 1915 sulla rivista Sapientia con il titolo “Ricostruire”.
Ricostruire è sicuramente ciò che ci aspetta, e anche se letteralmente significa restituire alla forma originaria, è ovvio che avremo una separazione netta dal come erano le cose prima, e come sarà il mondo dopo.
Ma mentre il “dopo” nemmeno si intravede, si moltiplicano gli appelli per chiedere donazioni a favore dell’emergenza.
Ti ritrovi anche tu ad osservare come gli iban indicati siano sempre più numerosi?
A me ad esempio è capitato di vedere l’iban di una banca che chiedeva di “aiutarli ad aiutare”… l’iban di una tv a pagamento, l’iban di giornali e reti televisive, addirittura l’iban di una associazione consumatori con oltretutto strascichi di polemiche, e via discorrendo.
Parrebbe, e non so nemmeno io perché ci sto mettendo il condizionale, costituire una sorta di nuova frontiera di marketing.
Chiedo: perché non unificare? Se il messaggio delle varie società, oltre a quelle che ho citato random soltanto per fare degli esempi, fosse un mero appello alla solidarietà, perché non dare tutti le medesime coordinate di un unico conto istituzionale?
Io a queste domande non trovo risposte che mi piacciono, dunque magari mi vuoi aiutare a capire tu?

 

 

 

 

LA RANA È BOLLITA?

LA RANA È BOLLITA?

In questi giorni in cui siamo sottoposti a centrifughe di informazioni sparate a velocità accelerata, ci si ritrova a pensare anche a quanti diritti sanciti dalla nostra Costituzione sono stati sospesi dai decreti con quella sigla finora inusuale: DPCM.
La nostra Costituzione in effetti non prevede la dichiarazione dello stato di emergenza, e rimanda semplicemente al Codice della Protezione Civile, a tale Codice infatti si fa riferimento nella ormai famigerata pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 31 gennaio.
I nostri padri costituenti non ritennero opportuno inserire clausole di emergenza ritenendo che l’eventuale conferimento di pieni poteri ad un organo specifico, oppure la legittimazione della limitazione, o addirittura della sospensione dei diritti dei cittadini, avrebbero potuto rappresentare un pericolo nel caso di possibili rischi di dittatura.
Emergenza è per definizione una circostanza imprevista, un concetto dunque che di fatto rimanda ad un momento critico, ad una particolare condizione che richiede intervento immediato.
Indubbiamente quella che stiamo vivendo è una serie di eventi del tutto incomparabili e sarebbe opportuno cercare di mantenersi focalizzati sui punti fermi: cioè i dati certi.
Costa solo qualche secondo andare a leggere dalle fonti ufficiali.
Ciò che è reale e corretto aiuta chiunque a fare le proprie riflessioni al riparo della grancassa di alcuni media che alimentano panico e conseguenti comportamenti fuori luogo e, dal verso opposto, contribuisce a rispondere alla domanda del titolo.
La rana bollita è il famigerato principio metaforico di Noam Chomsky secondo il quale se
Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.
Questo pentolone ha una ulteriore caratteristica inquietante: le sue dimensioni. Coinvolge tutto il mondo.
“Essere bolliti” ha però anche un altro senso gergale, almeno a quello possiamo senza dubbio porre rimedio.

 

 

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