HOUSE OF GUCCI

HOUSE OF GUCCI

La famiglia Gucci si è più volte dissociata dal ritratto che il film tratteggia, e non entro nel merito, ma ora finalmente posso dire che Lady Gaga in House of Gucci è veramente credibile, per la visione che ne ho avuto io.

Quindi, riprendendo il discorso su Patrizia Reggiani, a quanto pare la decisione di Lady Germanotta di non incontrarla non ha pregiudicato l’interpretazione, nonostante la Reggiani fosse indispettita.

Ovviamente ho osservato abiti, accessori, e outfit in generale, con particolare interesse sia per i pezzi Gucci, sia per i look anni 80, e devo dire che ho apprezzato il lavoro della costumista Yanti Yates.

Lavoro molto scrupoloso, partito da mesi di studio tra gli archivi della maison Gucci.

In una intervista al New York Times, disponibile in forma integrale su Instagram, Yanti Yates ha dichiarato che Lady Gaga era estremamente coinvolta, anche perché è una indossatrice completa, che sta meravigliosamente bene con tutto, che era estremamente concentrata su come il suo personaggio potesse apparire in un momento particolare e aveva opinioni molto forti su aspetti come i capelli e il trucco.

Ma anche lavoro difficoltoso, sempre secondo le dichiarazioni rilasciate durante l’intervista: la costumista creava le selezioni iniziali e poi lei avrebbe selezionato da lì.

Selezionava Gaga.
Pare anche che ci siano stati giorni in cui per lei era “oggi no.”

Del resto lo stesso sito Gucci riporta come dichiarazione iconica di Yanti Yates: “Lady Gaga mi ha detto che in questo film voleva vestirsi come la sua mamma italiana. Per realizzare i suoi look ho potuto attingere sia al suo archivio personale che a quello storico di Gucci.”

Come la sua mamma italiana.

Quanto suona bene questa frase?

Allo stesso tempo però ho questo dubbio che mi rigira in testa, quindi aiutami a capire se la mia percezione mi inganna dato che, effettivamente, nei primi anni 70 non è che fossi proprio nel mondo (se per quello nemmeno ora, ma questa è un altra storia).

Purtroppo non sono riuscita a trovare l’immagine della scena in cui Maurizio Gucci presenta Patrizia al padre Rodolfo, ma più o meno vale lo stesso anche per l’abito a fiori di questa foto.

Ovviamente io non sono nessuno per mettere in dubbio la ricostruzione, che in tutti gli altri frangenti ho ammirato, e lo sottolineo bene, ma l’idea di questo vestito mi lascia perplessa. Sbaglio io, vero?

Ti lascio questa carrellata di outfit.

 

Oltre agli abiti, House of Gucci offre la visione di una fantastica serie di preziose auto “d’epoca.”

In particolare, ho amato molto il modo in cui il regista Ridley Scott inquadra gli arrivi a casa di Rodolfo Gucci: focalizzati sull’ingresso. Dall’esterno verso l’esterno.

Questa inquadratura ricorre più di una volta nel film, con auto diverse che arrivano davanti a quella entrata.

 

Per me è stata una sorta di “storia nella storia,” quasi un simbolo per scandire il tempo.

Nella foto qui sotto, con lo stesso principio, in contrapposizione si assiste ad una partenza.
Che poi è anche un inizio: l’inizio di una strategia per il rientro di Maurizio nell’azienda.

Per il resto ti rimando alla recensione di Matavitatau, io, un po’ come per Cruella, ho molto gradito la colonna sonora non originale.

Come per gli abiti a fiori, ho avvertito una sorta di disorientamento temporale che in alcuni casi mi ha conquistata, in altri mi ha lasciata una specie di interrogativo.

Ad esempio, mi è piaciuta la scelta di Faith di George Michael per accompagnare la scena del matrimonio: nonostante l’incongruenza anacronistica, mi ha trasmesso una gioiosità che controbilanciava il vuoto creato dall’assenza dei familiari di Maurizio.

Al contrario sono rimasta perplessa nell’ascoltare Ritornerai di Bruno Lauzi come sottofondo alla scena in cui Aldo Gucci si reca con Maurizio e Patrizia nella tenuta sede del loro allevamento storico. La canzone è meravigliosa, ça va sans dire, e il senso è incentrato sul ritorno alle origini, però per la mia personale percezione è come se qualcosa stridesse.

A parte questo, potrei elencarti un brano più bello dell’altro, e vorrei proporteli tutti: Here comes the rain again degli Eurythmics chettelodico a fare, Heart of glass di Blondie, Ashes to ashes del Duca Bianco David Bowie, Blue Monday dei New Order, Una notte speciale di Alice, Sono bugiarda di Caterina Caselli, ma anche Largo al factotum da Il Barbiere di Siviglia di Rossini, Madame Butterfly e molto molto altro.

Mentre scegli quale preferisci ascoltare prima, ecco qualche caffè.

E … la benedizione finale.

NATALE CON CHI?

NATALE CON CHI?

Con chi hai passato il Natale?

Grazie al regalo di Luciana io lo ho passato con Agatha: e con Il Natale di Poirot

Una lettura che riporta alla classica situazione tipica degli enigmi da risolvere: stanza e finestre chiuse, all’interno solo la vittima, nessuno entra, nessuno esce … 

Agatha ha dedicato questa storia a suo cognato, James, secondo il quale i suoi omicidi “stavano diventando raffinati”.
“Desideravi un buon omicidio violento con molto sangue… quindi questa è la tua storia speciale, scritta per te.”

Tra l’altro c’è anche una citazione di Shakespeare: Chi lo avrebbe detto, che il vecchio avesse tanto sangue?

Chi la pronuncia non è Lady Macbeth ma una componente della famiglia Lee, riunita in occasione del Natale per volere dell’anziano padre, nonostante divisioni e dissidi di vario genere.

A Natale impera lo spirito di buona volontà. Vecchi litigi vengono dimenticati, coloro che si trovano in disaccordo fanno la pace … Sia pure provvisoriamente le famiglie che sono state separate per tutto l’anno si raccolgono ancora una volta … In queste condizioni, amico mio, deve ammettere che i nervi possono venir sottoposti a dura prova. Persone che non hanno alcuna voglia di essere amabili fanno uno sforzo per apparirlo … C’è in loro molta ipocrisia, senza dubbio, ipocrisia “pour le bon motif,” ma sempre ipocrisia. E lo sforzo per essere buoni e amabili crea un malessere che può riuscire in definitiva pericoloso. Chiudete le valvole di sicurezza del vostro contegno e presto o tardi la caldaia scoppierà provocando un disastro.
Hercule Poirot

Che dire?
Tristemente vero.

Nella versione cinematografica, Poirot è stato interpretato da David Suchet.

A proposito di cinema così come di riunioni familiari, oltre che con i Lee, io ho trascorso il Natale anche con le famiglie Colardo e Marinelli, le conosci?

Ogni maledetto Natale è un film che ho visto la prima volta un po’ per caso, senza sapere nulla.

Quindi la sua caratteristica principale: la dualità di tutti gli interpreti, per me è stata una sorpresa inaspettata quanto divertente.

Se non lo hai ancora visto, lo puoi recuperare qui: insieme alle risate che ti regalerà.

E tu, con chi hai trascorso il Natale?

STRAPPI

STRAPPI

La fitta nebbia bagna i capelli grigi di Eugenia, a quanto pare quest’anno non sarà un Natale Bianco. Ormai siamo agli sgoccioli e l’anti-vigilia sta cercando di aprirsi un varco nel buio di queste corte giornate invernali.
Incurante di qualsiasi condizione atmosferica, Eugenia come ogni mattina si affanna a pulire il vialetto, non ce n’è alcun bisogno in realtà: l’unico risultato pratico è inzuppare le setole della scopa, ma lei non riesce a fare a meno di seguire il rituale giornaliero, come se volesse dimostrare al mondo che non è certo una che sta con le mani in mano.
Istintivamente alza lo sguardo verso il campanile: sono già le sette e cinque ormai e Rosa non è ancora uscita per la spesa, molto strano, pensa.
Pochi secondi dopo il rumore della pesante porta di legno cancella il sospetto: “buongiorno Eugenia!” Rosa abita nella casa di fronte da quando è nata. Viveva sola, come lei, fino al giorno in cui è impazzita: solo una matta poteva acconsentire ad affittare il piano superiore a quelli.
Buongiorno Rosa, tutto bene?”
Bene, bene grazie, tu come stai? Oggi il freddo si fa sentire!”
Stanotte ho visto la luce accesa sopra da te, non ti hanno lasciata dormire eh!?”
Ho dormito benissimo. Io non ho sentito nulla.”
Sei in ritardo, ho pensato fosse per … quella ragazzina non si vede mai per tutto il giorno, poi la notte cosa rimane alzata a …”
Vado a fare la spesa Eugenia, ti occorre qualcosa?” la interrompe seccata Rosa.
No, a posto, grazie, io lo dico per te, mi preoccupo, ti ho già avvisata, la gente parla, non vorrei che ti accadesse qualcosa di male.”
Non mi accadrà nulla, credimi, non c’è niente di strano: se avessi perso la mamma a quell’età probabilmente mi sarei chiusa in me stessa anch’io.”
Sì ma il punto è proprio la morte della madre, lo sai che tante cose non tornano …”
Ti saluto.” Rosa gira le spalle e a passo svelto si allontana da quel veleno.

Per lei è una gioia poter aiutare la famiglia Mori dopo che il resto del paese si è rifiutato di farlo, e poi lo spazio inutilizzato al piano superiore non faceva che ricordarle la sua solitudine.
In fondo non è stato poi così complicato creare un disimpegno che separasse gli ingressi, senza contare quanto fosse un peccato lasciare tutto quanto chiuso ad invecchiare staticamente insieme a lei.
Non c’era alcun motivo di negare alloggio a un padre con le sue due figlie, soprattutto dopo che la vita li ha colpiti così duramente.
L’immagine dei loro volti smarriti e stremati il giorno in cui si sono presentati alla sua porta è un amaro ricordo che riaffiora periodicamente.
Vedere Laura in particolare, con quel velo di tristezza sul volto, le aveva provocato una stretta al cuore. Lei e la sorella piccolina, chiusa in quei vestitini troppo stretti, non avevano pronunciato una singola parola mentre il padre le presentava cercando di spiegare che le dicerie della gente sono infondate: “a volte mi sembra un incubo, prima la malattia della mia Lucia e ora la cattiveria ingiustificata …” erano state le sue parole.
Rosa aveva tagliato corto nel tentativo di non dare alcuna importanza alle malelingue. Ma la situazione era effettivamente pesante, e aveva superato il limite dei semplici pettegolezzi.
Come accade in questi casi, non è chiaro quale sia stata l’origine, né chi sia stato il primo a muovere accuse così odiose: dopo la perdita del lavoro per poter stare accanto alla moglie durante il suo Calvario, e dopo l’incendio della loro casa, “iattura” è la sentenza circolata di bocca in bocca.
Colpevole senza diritto di appello: Laura, la prima figlia, sulla base della sua estraniazione dalla vita sociale.
A tal proposito il giorno della celebrazione delle esequie della signora Mori, Eugenia, piombando a battere sulla porta come se ci fosse un incendio in corso, per “avvisarla” aveva preso a farneticare affannandosi nel dire che la ragazza era stata vista aggirarsi sempre e solo di notte, oltre a una serie di assurdità fluite in uno sproloquio infarcito di ottusi pregiudizi.

Ma ti sei accorta che hanno rotto tutti i tuoi abitini? La hai vista la figlia piccola? Mancano pezzi un po’ qua e un po’ là, e poi qualcuno ha tentato di rammendare in una maniera a dir poco pietosa … sarà stata senz’altro la sorella, qualcuno dovrebbe intervenire!” Eugenia, come un piantone nella garitta, ha atteso davanti al cancellino il ritorno di Rosa per passare al secondo round.
Sono vestiti molto vecchi, è normale che la stoffa ceda e si rompa, piuttosto, visto che sei una sarta, potresti sistemarli meglio tu, se credi.”
Sono una sarta, non una maga, se tu vuoi essere cieca peggio per te” sbotta Eugenia allontanandosi a passi marcati per sottolineare la sua rabbia.
Mentre Rosa spera che questo furore la terrà lontana per qualche giorno, non può non convenire che in questo caso però Eugenia ha ragione.

La prima volta Rosa non ha dato peso all’evidente danno, ritenendolo semplicemente un normale incidente per una bambina di quell’età che gioca e si muove liberamente.
Era stata così entusiasta nel tirare fuori i vecchi abiti di sua nipote dal baule che li aveva custoditi per tutti quegli anni, felice di constatare di non aver sbagliato nel valutarli esattamente della misura giusta per la piccola Carlotta.
Vederla mentre li indossava sfilando davanti allo specchio era stato un divertimento, e dopo aver giocato entrambe alternando gli abbinamenti, li avevano riposti nell’armadio della cameretta che fino a quel momento era rimasto praticamente vuoto.
Davvero li possiamo usare?” aveva chiesto Laura con tono apprensivo.
Certo! Per me è una gioia!”
Al terzo abito danneggiato però il tuffo al cuore era stato inevitabile.
Un dono è un dono, non si può pretendere che chi lo riceve ne abbia una cura maniacale, ma certo tutti quei rammendi trasformavano il suo intento di migliorare le condizioni della bambina in un clamoroso fallimento.
Nonostante ciò, Rosa ad ogni occasione non aveva masi smesso di sorridere e di fare complimenti come se nulla fosse, accorgendosi che, così facendo, il broncio su quel visino rabbuiato veniva piano piano attenuato da fugaci espressioni di sollievo.
L’imbarazzo di quegli occhioni puntati verso il basso, le punte dei piedi costantemente ruotate verso l’interno con movimenti frenetici quanto involontari, risultavano segni evidenti del rammarico di Carlotta.
Quella soggezione non poteva essere sinonimo di colpevolezza, e Rosa era più che certa che nemmeno le stranezze di Laura, o il sordo trambusto notturno fossero indicativi di alcunché. Ascoltava i rumori sdraiata nel suo letto percependo una fallimentare cautela nel provare a contenerli.
Sentire segni di vita intorno, invece del solito agghiacciante silenzio, la aiutava a sprofondare in un sonno prolungato come non accadeva da molto tempo.
Il motivo di quegli strappi non era affar suo e forse un giorno avrebbe avuto modo di capirlo, certo bisognava prima instaurare un rapporto di fiducia, e per quello occorreva tempo.
Aumentare la dose di biscotti preparati con le formine natalizie, e lasciarli a portata di mano al centro di un piatto rosso posto strategicamente sul tavolo di ingresso, era indubbiamente un buon modo di iniziare a comunicare.
Un silenzioso, dolce, modo di comunicare.
Anche riprendere in mano i ferri da maglia le aveva riportato una piacevole sensazione di calore, come se la lana potesse riscaldare persino il suo cuore solitario.
Forse indumenti nuovi e più attuali avrebbero potuto rimediare agli indecorosi rammendi, valeva la pena tentare.

Ventitré rintocchi dal campanile avvisano che si è ormai fatto tardi, Rosa una volta rincasata non ha fatto altro che sferruzzare per terminare tutti i suoi lavori: vuole impacchettarli e farli trovare sull’ingresso dei suoi inquilini insieme a un bicchiere di latte mezzo vuoto e a qualche biscotto spezzettato, come prova della visita di Babbo Natale l’indomani.
Le mani esperte stanno compiendo una sorta di danza con il filo rosso che a ogni giro rimane arrotolato intorno a un cartoncino per comporre l’ultimo pon pon necessario, quando una serie di rumori provenienti dalle scale interrompono quei movimenti rapidi e decisi.
Forse a Laura occorre qualcosa, meglio andare a vedere, nonostante questo pensiero una certa esitazione trattiene Rosa: e se fosse una questione privata? Se avessero bisogno mi chiamerebbero.
Rosa non vuole fare l’impicciona come Eugenia, d’altra parte però non si ricorda di aver sentito rincasare il signor Mori.
Dopo attimi di indecisione, durante i quali sente parlottare, Rosa apre lentamente la porta un po’ in imbarazzo per l’invadenza che sta per dimostrare. Frattanto è tornato a regnare il silenzio, Rosa nel buio intravede una grossa sagoma e per un attimo rimane immobile, poi preme sull’interruttore della luce e ciò che si trova davanti è una magnifica sorpresa.

Foto: https://www.decorationlove.com/40-fabric-christmas-tree-decorations-ideas

Ai piedi dell’albero patchwork cucito con pezzi di stoffa, tra i quali ne riconosce immediatamente alcuni, c’è una lettera scritta con calligrafia molto curata

Cara signora Rosa,
vorremmo ringraziarla per averci permesso di passare il Natale in una casa vera e per questo motivo lei merita un regalo speciale.
Nostra madre ci preparava sempre un albero fatto con oggetti che raccoglieva ogni volta che le veniva una idea.
Nell’ultimo anno aveva trovato alcune stoffe verdi che avrebbe voluto cucire, ma non ha potuto.
Noi stavamo provando a continuare finché tutto è andato distrutto nell’incendio.
All’inizio pensavamo che non avremmo mai più festeggiato ma poi abbiamo capito che mamma sarebbe stata triste.
Non ci siamo dimenticati ciò che ci ha insegnato.
Questo albero è fatto con quello che abbiamo trovato, non è tutto verde e ci perdoni anche se abbiamo tolto dei pezzi dai suoi vestiti, li abbiamo presi solo dopo aver deciso di regalarlo a lei signora Rosa.
Speriamo che le ricordi momenti belli.
Buon Natale
Laura Carlotta e papà

P.S.:
Xeroderma pigmentoso, si chiama così la patologia di mia figlia, per questo motivo non deve esporsi ai raggi del sole.
So che non ha chiesto spiegazioni, ma è giusto che lo sappia.
Alfredo Mori

* * *

E a questo punto dovrei scrivere una lettera anche io per chi ancora non mi conosce, semplicemente: mi chiamo Claudia e sono un casino ambulante.
Non ho nessun curriculum utile perché ho sempre svolto un lavoro completamente diverso, ma AMO leggere e AMO scrivere, fin dai tempi dei diari della Holly Hobby. Poi pian piano le pagine hanno preso il volo, letteralmente, e sono diventate lettere che ho spedito davvero in tutte il mondo e in tutte le lingue che ho sempre cercato di imparare. Finchè le parole hanno iniziato a viaggiare via mail e su files di ogni tipo.
Se non fosse stato per mio marito non avrei mai avuto il coraggio di provare a scrivere qualcosa che non fosse solo per me.
L’idea del nome per il blog è venuta proprio mentre scherzavo con lui: io sono una ansiosa cronica senza speranza, ecco perché Keep Calm, e il caffè è il momento di relax così come di carica, di distensione ma anche di socializzazione, che tutti più o meno possiamo rubare nell’arco della giornata.
Dunque se vorrai prenderti qualche caffè qui considerati benvenuta/o!!
L’idea è di parlare di qualsiasi cosa: libri, musica, cinema, moda, ambiente … sentiti pure libera/o di proporre! Il caffè è sempre pronto!
GRAZIE.

Del “libro” non dico nemmeno perché libro per me è una parola troppo grossa … ma se qualcuno avesse il coraggio di addentarsi in una mente contorta … ci sarebbe La “mia” formula di Erone.

Domani scopriremo cosa ci regalerà Alice Jane Raynor.

E questo è l’elenco dei link di tutti i partecipanti.

Multidimensional Art 

Il blog di Tony 

Centoquarantadue 

Paola Pioletti 

Elena e Laura: due sorelle e una stanza di libri 

Inchiostronoir 

Tuttolandia 

Alice Jane Raynor 

Pensieri alla finestra 

LeggimiScrivimi 

Lividi e musica: la buona musica fa male 

La nuova corte dei miracoli 

Dove una poesia può arrivare 

NEA: Nuova Ecologia Artistica 

Il mondo di Shioren 

EVA DORME

EVA DORME

Eva dorme è ciò che risponde sua madre al postino incaricato di recapitarle un pacco mentre ancora non sappiamo nulla di lei.

Eva dorme è un titolo che mi ha fatto immaginare tutt’altro.

Eva dorme alla fine del libro, ma, arrivata a quel punto, io mi sono commossa perché il sonno ha rappresentato una restituzione.

E mi sono commossa perché ci sono legami che possano avere la durata di un frammento ma la forza indissolubile di qualcosa che niente e nessuno può spezzare.

Questa lettura, ancora una volta della serie “i libri di Monica” che non finirò mai di ringraziare, è stata una sorpresa lenta, proprio come quando nella vita accade qualcosa che ormai non ti aspettavi più.

E sono forse le cose non accadute quelle che ho apprezzato, quelle che in fondo corrispondono al vero esattamente per la loro assenza.

Curiosamente ho fatto un altro viaggio in treno questa volta dall’estremo nord dell’Alto Adige fino al faro rosso e bianco di Villa San Giovanni.

Guardando dal finestrino scorrono alternatamente immagini del paesaggio e storia.

La storia dell’Italia dal 1919 al 1992.

La storia dell’Italia vista da un punto di osservazione ben preciso, alto, dalla terra verticale.

Ma soprattutto la storia di quell’area che i più distratti, come me finora, chiamano Sud Tirolo.

Francesca Melandri nel suo libro edito da Bompiani ripercorre le vicende della provincia autonoma di Bolzano, ricostruendo una cronistoria che io non avevo mai considerato così nel dettaglio.

Il bene e il male, gli animi e gli ideali, la strategia e la malasorte, l’intolleranza e la compassione si mescolano all’interno di stati, popoli, famiglie, volti.

Non bisognerebbe mai scordare di provare a mettersi nei panni degli altri.

Farsi domande. Sempre.

A proposito di domande, ce n’è una in particolare che viene posta di continuo a Eva “ti senti più italiana o più tedesca?”

La sua risposta arriva proprio sul treno, è poliedrica e non potrebbe essere altrimenti, considerando tutti gli aspetti.

Tu pensi mai a quanta parte di te è l’espressione delle tue radici?

MAMME. di Americo Marino

MAMME. di Americo Marino

Americo ha scritto nei commenti il racconto dei suoi ricordi: talmente bello che non può rimanere soltanto lì con il rischio che qualcuno se lo perda.

Riporto testualmente:

Con piacere riporto i miei ricordi d’infanzia.

Oltre a mia mamma biologica, ho avuto altre mamme come Derna e sua cugina che mi accolsero ad Ancona e cresciuto come un loro figlio, circondato da tutte le attenzioni.

In particolare voglio ricordare Derna Scandali, la nota sindacalista, che all’epoca si diede da fare per organizzare nei minimi dettagli l’arrivo e l’affido alle famiglie di noi piccoli meridionali.

Mise in moto una macchina organizzativa eccezionale per l’epoca che, nonostante la povertà del dopoguerra, la solidarietà nei nostri confronti non venne a mancare.

Derna e sua cugina abitavano vicine, lei aveva una vita indipendente e ogni giorno ci ritrovammo a tavola tutti insieme, giorno e sera.

Organizzava anche le colonie, ci portava al mare e noi bambini ci divertivamo.

Passammo così le giornate estive.

Ma voglio ricordare anche mia madre.

Feci di tutto pur di non rimanere al mio Paese perché conoscevo bene la povertà del Sud.

Lei vedendomi triste e che non mangiavo più per il dispiacere di aver lasciato Ancona, a malincuore mi lasciò partire pur di sapermi felice e di avere la gioia negli occhi, poiché sapeva che ero in buone mani, anche se aveva piacere (giustamente) di avermi con sé e di vedermi crescere.

Oggi mi sento in colpa per questo, proprio per non averle dato la gioia di vedermi crescere, al tempo stesso, però, ripenso a quel bambino che ad Ancona aveva tutto, per me era un mondo che ho sempre definito “a colori”.

Ho capito che solo un grande amore di una madre verso il proprio figlio può far accadere ciò.

Spesso mi chiedo che cosa avrei fatto io al suo posto: probabilmente lo stesso, avrei lasciato andare anch’io mio figlio.

Purtroppo, queste grandi Donne, sono tutte scomparse, ma non posso dimenticare tutto quello che di positivo hanno fatto. Il loro ricordo è sempre vivo in me.

E se oggi sono quello che sono, lo devo a loro.

Direi che le parole di Americo dipingono esattamente la vera essenza dell’essere Mamma.

Chissà quante volte avrai anche tu affrontato la considerazione di come non sia così scontato che mamma intesa come colei che partorisce, coincida con mamma intesa come colei che ha la capacità di dispensare amore al di là di sé stessa.

Troppe sono le storie di bimbi abbandonati o maltrattati dalle loro madri biologiche. Troppe sono le storie di bambini costretti a crescere senza ricevere affetto.

Americo invece ci racconta della dimostrazione di immenso amore della sua vera Mamma, che ha accettato il suo “mondo a colori.”

E allo stesso tempo, il semplice mostrarsi per la persona che è, testimonia che chi lo ha accolto, ha fatto sì che lui potesse proseguire la crescita nel migliore dei modi.

Il forte senso di famiglia è dunque se possibile ancor più potenziato per Americo, che tiene tantissimo alla memoria dei suoi genitori.

Per questo, posso comprendere l’amarezza nel vedere la propria storia raccontata in alcune parti e poi trasposta in un contesto completamente diverso, soprattutto con riferimenti familiari lontanissimi.

Ricapitolando: io mi sono affezionata al personaggio descritto nel libro di Viola Ardone pensando che fosse di fantasia, per poi scoprire invece che esiste veramente, che ha veramente viaggiato sul treno e che è stato veramente accolto e ospitato da Derna.

E non solo: grazie a Giovanni Rinaldi ci siamo messi in contatto e ho avuto l’opportunità di conoscere la realtà e di capire che ci si sente defraudati sapendo che partendo da una base di fatti reali, e in assenza di specifiche o disclaimer, la maggior parte delle persone potrebbe pensare che anche tutto il resto sia vero.

Per questo mi permetto di dare voce al bambino Americo che non ha mai tagliato la coda ai topi né raccolto stracci, e che da piccolo, così come da grande, ci insegna a desiderare un mondo a colori fatto di persone per bene come loro.

Pin It on Pinterest